Carlo Alberto Carnevale Maffè, Professore di Strategia presso SDA Bocconi, spiega perché l’intelligenza artificiale non riduce il ruolo dell’HR, ma lo sposta al centro della strategia aziendale.
Per anni l’HR è stato raccontato come una funzione di supporto. Una funzione fondamentale, certo, ma spesso collocata ai margini dei luoghi in cui si decide davvero la strategia dell’impresa.
L’intervento di Carlo Alberto Carnevale Maffè a Sparking Thoughts ribalta questa prospettiva.
La sua tesi è semplice: se l’intelligenza artificiale cambia la natura del lavoro, cambia inevitabilmente anche la natura dell’HR.
Non più soltanto gestione di persone, ruoli e processi. Ma governo degli asset intangibili che generano valore all’interno dell’organizzazione.
Dal lavoro al contributo
Per molto tempo le aziende hanno ragionato in termini di job: ruoli, mansioni e responsabilità relativamente stabili. Una job description serviva a definire ciò che una persona avrebbe dovuto fare e quali competenze avrebbe dovuto possedere.
L’AI rende questo modello meno preciso.
Il lavoro si scompone in attività, decisioni, conoscenze, relazioni e capacità di giudizio. Alcune di queste potranno essere supportate o automatizzate. Altre resteranno profondamente umane.
Per questo la domanda non diventa più “quante persone servono?”, ma “quale contributo serve e come può essere generato, orchestrato e valorizzato?”.
Il tema non è sostituire le persone. È capire dove nasce il valore e come farlo crescere.
Il capitale semantico dell’impresa
Secondo Carnevale Maffè, ogni organizzazione possiede un patrimonio spesso invisibile: il proprio capitale semantico.
È l’insieme delle conoscenze che vivono nelle persone, nelle relazioni e nell’esperienza accumulata nel tempo. Comprende ciò che è scritto nei processi, ma anche ciò che non è mai stato formalizzato: intuizioni, sensibilità di mercato, competenze tacite, conoscenza dei clienti, cultura manageriale e capacità di interpretare il contesto.
È il patrimonio che spesso risiede nelle persone più esperte, nei team storici o negli imprenditori stessi.
Il problema è che questo sapere rischia di restare nascosto, frammentato o addirittura di andare perso quando una persona lascia l’organizzazione.
Per questo l’AI rende urgente una nuova responsabilità: trasformare la conoscenza individuale in conoscenza organizzativa.
Non basta adottare strumenti. Serve costruire un linguaggio comune che permetta alle persone, ai processi e alle tecnologie di lavorare sulla stessa base di conoscenza.
L’HR come asset manager degli intangibili
In questo scenario l’HR smette di essere soltanto una funzione che gestisce una voce di costo.
Diventa un gestore di patrimonio.
Il suo compito non è solo attrarre talenti, ma comprendere quali conoscenze rendono davvero distintiva un’organizzazione, come proteggerle, come svilupparle e come trasferirle alle nuove generazioni.
Significa individuare quali competenze devono rimanere umane, quali possono essere supportate dall’AI e quali attività possono essere completamente automatizzate.
Significa, soprattutto, governare il portafoglio di competenze e conoscenze su cui si fonda il vantaggio competitivo dell’impresa.
Il valore umano che resta
In uno scenario in cui molte attività possono essere automatizzate, ciò che resta umano diventa ancora più prezioso.
Restano umani la capacità di formulare le domande giuste, interpretare il contesto, definire i vincoli di un problema, gestire le eccezioni e assumersi la responsabilità delle decisioni.
L’intelligenza artificiale può produrre risposte, ma non può assumersi il peso del significato, delle conseguenze e della responsabilità che ogni decisione comporta.
Per questo il lavoro umano non scompare. Si sposta verso ciò che richiede giudizio.
Le organizzazioni avranno sempre più bisogno di persone capaci di vedere ciò che un modello non vede, contestare ciò che appare ovvio e leggere sfumature che nessun algoritmo può cogliere autonomamente.
Perché questa riflessione riguarda Sparq
Per Sparq queste riflessioni toccano il cuore del proprio lavoro.
Headhunting, Talent as a Service e HR Advisory non possono più essere letti soltanto come servizi per trovare o gestire persone. Diventano strumenti per aiutare le aziende a ripensare la propria architettura del lavoro.
Il punto non è semplicemente coprire una posizione.
È aiutare le organizzazioni a capire quali contributi saranno davvero necessari, quali competenze resteranno distintive e quali forme di collaborazione emergeranno tra persone e tecnologie.
In questo scenario, il talento non è più solo una persona inserita in un ruolo.
È una combinazione di competenze, esperienza, giudizio, energia e conoscenza che l’organizzazione deve saper riconoscere, attivare e valorizzare.
Il futuro del lavoro sarà una questione di governo
L’intervento di Carlo Alberto Carnevale Maffè non è una riflessione sull’AI come trend tecnologico.
È una riflessione su come cambia il valore nelle organizzazioni.
L’AI non elimina il lavoro. Lo obbliga a ridefinirsi.
Non elimina l’HR. Lo spinge verso il centro della strategia.
E non sostituisce il valore umano. Costringe le aziende a capire finalmente dove quel valore risiede davvero.
Per questo il lavoro dell’HR non sarà più soltanto trovare talenti.
Sarà riconoscere il valore che l’organizzazione possiede, trasformarlo in conoscenza condivisa e metterlo nelle condizioni di generare futuro.
Articolo ispirato all’intervento di Carlo Alberto Carnevale Maffè durante Sparking Thoughts, il format con cui Sparq osserva come stanno cambiando lavoro, organizzazioni e leadership.